Note storiche sul Pontificio Seminario Lombardo

NEL CENTENARIO TRIDENTINO

Nel 1863, anno d’inizio del regolare funzionamento del Seminario Lombardo, ricorreva il terzo centenario dalla XXIII Sessione del Concilio di Trento, in cui venne emanato il decreto che imponeva la istituzione, per ogni singola diocesi, di un Seminario «perché in esso fosse nutrito, religiosamente educato e istruito nelle discipline ecclesiastiche un certo numero di giovani “da avviarsi allo stato ecclesiastico”. Decisero altresì i Padri del Concilio di Trento che ad esso soprattutto fossero scelti i figli dei poveri, senza escludere però i figli dei più abbienti, purché si mantenessero a loro spese e mostrassero disposizione a servire a Dio ed alla Chiesa». (De reformatione, can. XVIII).

I legati, dando quasi una interpretazione autentica al decreto, scrissero il 26 luglio al Cardinale nipote di Pio IV, Carlo Borromeo, indicando per prima cosa la istituzione di un Seminario a Roma quale esempio e modello alla intera cristianità.

«Quando alla Sessione prossima passata – gli scrissero – si determinò che si avesse in ciascuna chiesa da ordinare ed istituire un Seminario, acciocché nei tempi da venire si potesse avere maggior copia che non si ha adesso di buoni preti atti al servizio delle chiese ed alla cura delle anime: questa Santa Sinodo voleva che in quel decreto si specificasse che se ne avesse da far uno in Roma per esempio di tutti gli altri luoghi».

La raccomandazione, trasmessa in via ufficiosa e tramite il Cardinale Borromeo al Papa, non era stata messa agli atti per ovvie ragioni di convenienza, non volendo i Padri obbligare il Pontefice, ma la richiesta rispondeva effettivamente ad una esigenza che non poteva essere trascurata. Ed il futuro San Carlo confermò il valore ed il gradimento della istanza: «Nostro Signore [Pio IV] sino dal primo di che intese dell’istituzione del Seminario, che costi si è santamente istituito [scil. decretato] cominciò a pensare ai modi di effettuarlo a Roma; e come è per ogni modo assai risoluto di farlo, e quanto prima, cosi ringrazia assai le Signorie Vostre Illustrissime del ricordo e del buon consiglio che gli dànno a questo proposito».

Agli inizi del 1565, dopo una lunga preparazione il Seminario Romano incominciò a funzionare, ma nel frattempo altri ne erano sorti, ad opera dei Vescovi di Rieti, Larino, Camerino, Montepulciano e dell’Arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, ormai prossimo a stabilirsi definitivamente nella sua diocesi. Dunque, per più ragioni il nome di San Carlo si trova legato ai Seminari, e parve naturale che sotto la sua invocazione, e sotto quella di Sant’Ambrogio, il Seminario Lombardo di Roma, promosso da un altro Borromeo, Mons. Edoardo, la nuova opera traesse auspicio.

IL PRIMO TENTATIVO (1856-1859)

Perché un Seminario Lombardo a Roma? Fino alla fondazione di questo istituto, i giovani chierici che avessero voluto, o, per comando dei rispettivi Presuli, dovuto conseguire i gradi accademici ed approfondire le discipline teologiche, canoniche e filosofiche, si recavano isolatamente a Roma o, di preferenza, all’Università di Pavia od alla Facoltà teologica di Vienna, provviste entrambe di «pensioni erariali», cioè di cospicue borse di studio.

Solo Bergamo, dal 1729 disponeva di un istituto in Roma, il Collegio Ceresoli, i cui alunni frequentavano in un primo tempo il Collegio Romano e, dopo i fatti del 1848, il Seminario Romano di Sant’Apollinare.

Anche a Milano, dopo la chiusura del Seminario Pavese dalle tradizioni giansenistiche, i chierici avrebbero potuto, sino al 1848, frequentare uno Studio teologico, ed il governo imperialregio aveva allo scopo istituito una trentina di pensioni di cui profittarono molti Vescovi per i loro migliori studenti; senonché il Morlacchi di Bergamo preferì che i suoi giovani restassero nel patrio seminario, sia perché non soddisfatto della istruzione impartita nella metropoli, sia perché, con il loro esempio, eccitassero gli altri alla sana emulazione.

Si appressavano grandi eventi. Monsignor Edoardo Borromeo Arese per molti anni vagheggio l’istituzione lombarda in Roma, osservando in una lettera del 1856 a Mons. Marco Mai (congiunto del grande Cardinale Angelo Mai) che soltanto le province austriache d’Italia mancavano d’un Seminario a Roma. Si pensò così, come documenta il Pellegrini, di istituire, presso la chiesa nazionale lombarda di San Carlo al Corso, un piccolo collegio che ospitasse due chierici per ciascuna delle nove diocesi lombarde ed uno o due studenti di quelle venete, onde potessero completare gli studi teologici.

Del progetto venne informato Pio IX che, come scrive Mons. Mai il 14 ottobre 1856, «d’intelligenza con S.E. Mons. Borromeo aveva ideato di mandarmi da questi illustrissimi Vescovi del Lombardo e del Veneto per sentire del loro parere e dei mezzi che si potevano adottare per minorare sempre più le spese».

I tempi non sembravano maturi ed il prelato bergamasco, in attesa che si preparasse un abbozzo di regolamento, differì alla primavera del 1857 il divisato viaggio. Inizia, o forse continua, una fitta corrispondenza tra il Mai e Mons. Francesco Secco Suardo, prelato allora della Curia Milanese un uomo, come lo definì l’Albertario, dalla «ineccepibile condotta di prete e di parroco», dal «carattere forte, robusto, inflessibile», ma anche, nonostante «una certa nobile ed attraente ruvidezza», cuore grande, spirito generoso fino al sacrificio. A lui si rivolse appunto il Mai: «Scrivendomi accennate a questa nobile idea, lodatela e manifestate che per riuscirvi è necessario che i Vescovi abbiano sottocchio un dettagliato programma; allora forse si concluderà qualche cosa, allora la mia gita potrà essere efficace». Il Mai desiderava poi che gli alunni dell’erigendo istituto frequentassero, come già egli stesso, le scuole del Seminario Romano all’Apollinare. Era un problema anche questo; ma intanto ne sorgeva un altro: quello del finanziamento.

Mons. Secco Suardo era francamente ottimista: i Vescovi avrebbero potuto rintracciare senza difficoltà i fondi necessari per l’impianto del Seminario e per le pensioni gratuite agli studenti. Infatti, egli scriveva all’amico: «Qual’è quel Seminario Lombardo che non abbia pensioni gratuite per parecchi dei suoi alunni? Quante pensioni non potrebbero di preferenza assegnarsi a quelli tra gli alunni che vengono dal Vescovo spediti al Seminario Lombardo in Roma? Tutti i seminari hanno dei fondi propri, non potrebbero i Vescovi valersi di una piccola parte di questi per l’allestimento e primo impianto del Collegio Lombardo-Romano»?

Ma per parlare ai Vescovi bisognava presentare uno statuto, un programma chiaro, si doveva poi spiegare in che proporzione si dovessero assegnare i posti tra le Diocesi lombarde. Ed. esemplificava: «Quale proporzione tra Milano e Crema? E perché mettere Milano nel letto di Procuste per adeguarlo alla piccola Crema»?

Quanto alla scuola da frequentare il Mai si era fissato sul Seminario Romano, ma il Secco opinava che i Vescovi desiderassero un altro istituto, giacché «nel Seminario Romano celebrità non vi sono». Con molta diplomazia, conoscendo anche i motivi psicologici e sentimentali che spingevano il Mai verso la sua antica scuola, il Secco cercava di persuaderlo sulla convenienza di orientare i chierici piuttosto sul Collegio Romano, la attuale Università Gregoriana dove, viceversa, studente era stato lui!

Nelle idee di questo prelato, il Seminario Lombardo, pur non avendo scuole proprie non poteva disinteressarsi degli studi e della formazione dei chierici: un manipolo di ripetitori ci voleva, ed anche una buona biblioteca nell’interno dell’istituto, perché, saggia e santa norma che il Seminario Lombardo sempre osservo, «appaia che non meno della coltura dell’intelletto venga data quella del cuore, e come vogliasi che vadano di conserva scienza e pietà».

Dopo questa corrispondenza del 1856, l’8 gennaio dell’anno nuovo, Monsignor Mai, dava atto all’amico che le sue osservazioni non potevano essere più sapienti, ma purtroppo a Roma si dormiva saporitamente. E tale metafora può essere usata anche per tutto il 1857 e per almeno i primi mesi del 1858.

Vegliava sempre Mons. Borromeo, di cui è forse il caso di parlare a questo punto. Egli fu, nel tempo, l’ultimo dei Cardinali di quella grande famiglia milanese illustrata per santità da San Carlo e per dottrina dal Cardinale Federico; i biografi concordano nel lodarne la generosità e la virtù; fu accanto al Papa in costante fedele servizio quale Maestro di Camera e Maggiordomo; il Cardinale Alimonda lo definì «tempra di meravigliosa e santa attività». Forse il suo più grande merito fu quello d’avere ideato, soste nuto guidato il Seminario Lombardo nei suoi difficili inizi.

Dopo un anno di silenzio Mons. Borromeo riprende la trafila di studi e di contatti per l’istituzione che verisimilmente ne aveva occupato il pensiero anche nei mesi di apparente inattività. Per concretare il progetto nel frattempo studiato e perfezionato, Mons. Borromeo invito il Mai a stendere un abbozzo di regolamento e ad iniziare la raccolta dei fondi – circa seicento scudi – necessari al primo impianto del Seminario presso San Carlo al Corso.

Si sperava perciò di reperire l’intera somma a Milano, giovandosi magari di «una piccolissima somma» della donazione fatta dal Vimercati per scopi benefici e di istruzione per i chierici. Con atto 23 aprile 1855 era stato costituito, con parte di quei fondi (che la voce popolare faceva ascendere a qualcosa come 6 o 7 milioni) lo «Istituto di perfezionamento teologico» del Seminario di Milano affidato agli Oblati.

Insomma, il Secco Suardo cappellano arcivescovile, aggiunto alla segreteria della Curia e, nel 1857 pro-segretario, doveva incaricarsi del finanziamento a Milano («Rimboccatevi adunque le maniche sino al gomito – gli scriveva Mons. Mai – e consacratevi tutto per conseguirne un felice successo»).

Non era facile rispondere il Secco Suardo stese due abbozzi e la minuta definitiva della lettera di risposta (come risultò ai Monsignori Pellegrini e Bernareggi dalle loro ricerche nell’archivio di Bellusco dove si trovano le carte del Secco Suardo).

Grato a Mons. Borromeo per la stima che gli dimostrava, il prelato della Curia milanese non poteva tuttavia tacere le proprie attitudini e il proprio pensiero che gli impedivano di questuare, sia pure per un santo scopo. «Io certo – egli scrive – non andrò a bussare alla porta dei ricchi milanesi per ottenere quei sussidi che saranno necessari pel riattamento del locale presso San Carlo tempo era e tempo è, cento scudi, compreso tutto non li avrei. Ben io però vi assicuro che seicento scudi non mi sarà poi gran fatto difficile l’averli altrimenti, ed io pure vi contribuirò la mia parte. Imperocché non vi ha opera buona che mi stia a cuore quanto questa, gli è pur molto che l’idea d’un Seminario Lombardo a Roma io la vagheggio». Ci pensava infatti sin da quando, studente nell’Urbe, vagheggiava un seminario bergamasco-milanese, ma, con la sua mentalità positiva, soggiungeva: «Ma le cose, reputo indispensabile, che siano ben organizzate. Mi rammento a questo proposito quanto ebbi a dirvi colla mia indirizzata nel novembre o dicembre del 1856».

Dopo quella lettera, più sopra riferita, il Secco Suardo se non proprio una missione del tipo di quella conferita dal Borromeo al Mai, in varie circo-stanze, aveva svolto di persona una opera di propaganda e di sondaggio presso alcuni Vescovi lombardi, allargando, secondo l’idea del Borromeo e le istanze dei tempi, il suo primitivo progetto, non soltanto alla partecipazione di Milano e di Bergamo, ma anche a quella di Brescia, di Mantova e di Pavia. Egli avvicino i Vescovi Speranza, Verzeri, Corti e Ramazzotti (Patriarca di Venezia): «tenni con loro – prosegue il Secco Suardo – come con gli altri di Lombardia anche lunghi carteggi e sempre più mi trovai convinto su quanto in quella lettera vi manifestava. Io sono d’avviso che allora Vescovi lombardi si indurranno ad inviare concordamente i loro migliori giovani a Roma, e a mantenerli anche con sacrifici». Ma a quali condizioni?

Precisa ancora il Secco Suardo: la prima è che li si mandino in un «istituto ben piantato, e ben disciplinato»; la seconda, che gli alunni siano posti in grado di frequentare scuole di «grande rinomanza»; la terza, che si inviino chierici e non sacerdoti. Si temeva poi l’eccessivo aggravio sui Vescovi e sui Seminari per le spese di mantenimento; si preferiva che l’istituto avesse una sede propria, per non dover pagare la pigione, dato anche il fatto che, essendo i chierici non ancora sacerdoti, non avrebbero potuto disimpegnare le cappellanie di San Carlo al Corso. E, ancora: perché non scegliere una posizione meno distante dalle scuole? Perché non usufruire delle pensioni erariali non ancora riscosse? Tanto più che i Vescovi lombardi sembravano maggiormente inclinati a inviare gli studenti a Roma anziché a Milano.

Mons. Secco Suardo viveva molto da vicino, in grazia del suo ufficio ma anche della sua perspicacia, la situazione ecclesiastica del Lombardo Veneto, l’indomani della stipulazione del Concordato, ed ancora in attesa della sua attuazione che, scriveva, «va tanto a rilento e con certo tal misto di buono e di non buono da non accontentar troppo».

Eppure la necessità di dare una superiore formazione al clero c’era e restava urgente: tanto più che a Vienna «nessuno vuole andare» in quella Facoltà Teologica di cui si ricordava, come unico esempio forse, ma un esempio ben lontano, quello di Mons. Ballerini che nel 1837, per invito del Cardinale Gaisruck vi andò, pur essendo già sacerdote.

Nel frattempo, mentre si invocava lo intervento del Papa stesso e dei Vescovi, mentre si lamentava come «inconcepibile» la istituzione del Vimercati, mentre stavano maturando, all’alba dei 59, tempi nuovi per il Lombardo Veneto (e «Mons. Borromeo – scrive il 5 marzo 1859 il Mai a Monsignor Secco Suardo – per la sua famiglia pregiudicata in faccia al Governo può sporgersi ben poco o nulla») il progetto sembrò naufragare. Eppure Mons. Mai aveva preparato il suo schema di regolamento intitolandolo «Miei opinamenti preliminari circa il progetto e statuto da farsi per la erezione del nuovo Seminario Lombardo Veneto»; e confidava pur sempre nella fusione con l’Istituto del Vimercati, nella assegnazione di pensioni da Vienna, nell’intervento del Cardinale de Silvestri, protettore dell’Impero Austriaco per gli affari ecclesiastici, e finalmente in una risposta del Secco Suardo con il quale il Mai insisteva: «Qui a Roma non si muove più foglia senza di voi, tutto dipende da quelle istruzioni che avevate promesso di mandarmi e che ancora non si vedono. Si attende che i Vescovi si stringano e facciano centro nel Metropolita e che questi in modo solenne a nome di tutto l’Episcopato si rivolga all’E.mo Porporato de Silvestri, il quale ansioso aspetta di essere ufficiato per avere una veste con cui agire energicamente in accordo con Monsignor Borromeo, e trattare le cose intanto che l’E.mo Cardinale Rauscher Arcivescovo di Vienna trovasi in Roma e che il Santo Padre è tanto bene impressionato per quest’opera (…). Fate coraggio a S.E. Mons. Arcivescovo o, se la sua salute glielo impedisce, al suo Vicario Mons. Ballerini, il quale conosce il pensare e la volontà di tutti i Vescovi, perché egli stesso scriva e mandi una supplica all’E.mo de Silvestri nel senso che noi sappiamo». Lo stesso giorno, Mons. Paolo Ballerini, Vicario Generale dell’Arcivescovo Romilli, scriveva a Mons. Borromeo ringraziandolo, a nome dei Vescovi lombardi «per la bontà colla quale degnavasi prestare tanto interessamento in pro della vagheggiata fondazione», sia a titolo personale che in qualità di Primicerio della Arciconfraternita dei Lombardi, ed appunto al maggior dignitario ecclesiastico del sodalizio, il Ballerini si rivolgeva «onde alcuni pochi locali in San Carlo siano possibilmente concessi sin d’ora al Prefetto ed alunni che trovansi attualmente costì a San Silvestro, i quali per tal modo possano togliersi da una posizione anormale».

Per le varie modalità del trapasso dei locali e delle spese, il Borromeo avrebbe potuto accordarsi con il prefetto, «il buon Cassinelli, ecclesiastico per molte doti tra i più commendevoli». Tra l’altro si pensava di utilizzare, «al servizio della Chiesa e della benemerita Arciconfraternita», gli studenti lombardi.

Alla lettera era unito un regolamento, composto di dodici articoli, che prevedevano la istituzione di «un Collegio di Ecclesiastici delle Diocesi Lombarde, ai quali potranno anche unirsi gli Ecclesiastici delle Diocesi Venete», posto sotto la protezione dello stesso Cardinale Protettore dell’Arciconfraternita dei Santi Ambrogio e Carlo, coadiuvato da Mons. Primicerio; le modalità di ammissione e l’obbligo agli alunni di conseguire una laurea; l’invocazione a San Carlo qua le patrono; l’affitto dei locali al Corso (scudi romani 1376,50); la cessione, da parte della Arciconfraternita delle «rendite spettanti alla medesima con obbligo di Messe, Anniversari etc.», e la assunzione, da parte del Collegio di tali oneri derivanti e della officiatura della Chiesa, nonché della agenzia e speditoria dei Vescovi lombardi. Altri articoli prevedevano espressamente che l’amministrazione del Collegio fosse separata da quella dell’Arciconfraternita e le funzioni del Rettore, Vice Rettore, Economo nonché del Consiglio Amministrativo.

LA FASE SPERIMENTALE

Direzione a sistema democratico (1860-1863)

Sezione in aggionamento...

LA PRIMA FASE (1863-1870)

Rettorato di don Antonio Müller (1864-1870)

Sezione in aggionamento...

LA SECONDA FASE (1878-1913)

Il rettorato di Mons. Ernesto Fontana (1878-1894) e le origini dell'associazione ex-alunni

Sezione in aggionamento...

Le origini dell'associazione dei Santi Ambrogio e Carlo (1882-1894)

Sezione in aggionamento...

Il rettorato di Mons. Alessandro Lualdi (1894-1904)

Sezione in aggionamento...

I rettorati di Mons. Angelo Rotta (1904-1911) e di Mons. Rodolfo Caroli (1911-1913)

Sezione in aggionamento...

LA TERZA FASE (dal 1920)

Il rettorato di Mons. Ettore Baranzini (1920-1933)

Sezione in aggionamento...

Il rettorato di Mons. Francesco Bertoglio (1933-1961)

Sezione in aggionamento...

Il rettorato di Mons. Ferdinando Maggioni (dal 1961)

Sezione in aggionamento...

Bibliografia e Fonti

Una storia completa, quale il Pontificio Seminario Lombardo merita, non è stata ancora scritta, quantunque sia stata annunciata la preparazione «di un volume commemorativo del centenario della fondazione che ripercorra la storia dell’Istituto» (cfr. L’Italia, 3 ottobre 1963, p. 2). Una sintesi, tuttavia incompleta, ma ricavata dalla documentazione archivistica del Seminario, è quella che pubblicammo ne «L’Osservatore Romano», 10 febbraio 1963 p. 7, «II Centenario di un Istituto Ecclesiastico Il Cardinale Edoardo Borromeo e la origine del Seminario Lombardo».

Importanti contributi monografici in «Humilitas – Miscellanea Storica dei Seminari milanesi», nn. 12-13, Dicembre 1929 – Gennaio 1930, pp. 361-448.

Si dà l’elenco degli articoli di cui si è giovata la presente compilazione:

E. BARANZINI, Pio XI et Seminari, pp. 362-363; P. PASCHINI, San Carlo e le origini dei primi Seminari italiani – Il Seminario Romano, pp. 364-378; Α. BERNAREGGI, Il Seminario Lombardo di Roma avanti il 1870, pp. 379-403; G. ANICHINI, Il Seminario dei SS. Ambrogio e Carlo per le Diocesi dell’Alta Italia, 1878-1913, pp. 404-421; C. PELLEGRINI, Superiori ed alunni dei Seminari milanesi – Al Seminario Lombardo di Roma con Don Achille Ratti (Ricordi), pp. 422-425; F. LONGONI, Monsignor Ernesto Fontana, pp. 426-434; F. ROVELLI, Il Card. Alessandro Lualdi, pp. 435-442; a.b.; ADRIANO BERNAREGGI, Alcune iniziative di studio dell’Associazione dei SS. Ambrogio e Carlo; pp. 443-446.

La lettera 13 febbraio 1859 del Vicario Generale di Milano Mons. Paolo Ballerini a Monsignor Edoardo Borromeo, venne riprodotta in fac-simile con lo schema annesso di regolamento ed a stampa a cura delia Arciconfraternita dei SS. Ambrogio e Cario della Nazione Lombarda in Roma e del Pontificio Seminario Lombardo dei SS. Ambrogio e Carlo, s.i.t. [1958]

Sulle origini si vedano ancora: C. PELLEGRINI, Mons. Secco Suardo e l’istituzione del Seminario Lombardo a Ro-ma, «La Scuola Cattolica», XXX, 1902, serie IV, pp. 144-156; Р. ВARBAINI, Le origini del Seminario Lombardo, nel centenario della fondazione, ms. nel l’Archivio del Pontificio Seminario Lombardo.

Per l’udienza di Leone XIII al Seminario, «La Civiltà Cattolica» XXXI, serie XI, vol. II. 19 giugno 1880, pp. 734-6.

Per l’Associazione ex-Alunni, «Il Seminario e l’Associazione dei SS. Ambrogio e Carlo – Cenni storici – Statuto – Elenco», Milano 1922, pp. 6-7; Associazione dei SS. Ambrogio e Carlo fra gli ex-alunni del Pontificio Seminario Lombardo – I nostri convegni – I, S. Vito di Cadore 18-23 agosto 1947, Milano 1947, pp. 140.

Per le cronache del 1963, «L’Osservatore Romano», 11-12 e 13 febbraio 1963.

Debbo alla grande cortesia di Don Ottavio Cavalleri, scrittore dell’Archivio Segreto Vaticano, la ricerca della preziosa documentazione e i sapienti consigli nella stesura di queste pagine.

Le altre fonti manoscritte ed inedite dell’Archivio del Pontificio Seminario Lombardo, sono indicate nel testo.

Gian Ludovico Masetti Zannini